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Spiegherò il mio lavoro facendo riferimento al libro 'Le città invisibili' di Calvino. Non perché il mio fare dipenda in qualche modo da questo libro, ma semplicemente perché mi è capitato di leggerlo recentemente, in un momento in cui avevo la necessità di guardare con occhio critico alla mia produzione di questi ultimi 7 anni.

Calvino è uno di quegli scrittori che sanno parlare della vita per immagini ed evocazioni, senza mai dire troppo. ˝I segni formano una lingua, ma non quella che credi di conoscere˝. ˝Capii che dovevo liberarmi dalle immagini che fin qui m'avevano annunciato le cose che cercavo… Non c'è linguaggio senza inganno.˝(pag. 48).

Per iniziare potrei dire che anche la spiegazione che darò del mio lavoro è un inganno: le parole traducono concetti e i concetti traducono la vita, in questa doppia traduzione molto si perde. Io credo che debbano essere gli oggetti, i segni, la materia a parlare, senza bisogno di traduzioni verbali; perché dobbiamo concettualizzare sempre tutto? Ho un'urgenza più del fare che del pensare, sento il bisogno di concretizzare, toccare con mano, spinta anche dall'amore per la materia, la forma e l'oggetto in sè e per questo il mio fare è veloce e produttivo, non mi soffermo a lungo su una cosa per indagarla, mi interessa lasciare dei segni, delle impronte, maneggiare e modificare in parte gli oggetti che raccolgo.

Nei miei ultimi lavori ho usato spesso pezzi di alberi tagliati, legni recuperati in spiaggia, ante di armadi, testiere di letti, vecchi legni raccolti nelle immondizie, ho anche molto materiale ancora da utilizzare, come vetri rotti presi nei cassonetti delle vetrerie di Murano, conchiglie, scuri di finestre trovati in casolari di campagna, ferri arrugginiti… gli oggetti, i segni, le forme, i colori parlano, possono dire cose diverse, parlare del passato, del viaggio, del mutamento o del futuro.

Cito ancora Calvino: ˝Marco Polo non poteva esprimersi altrimenti che estraendo oggetti dalle sue valigie… e indicandoli con gesti, salti, grida di meraviglia o d'orrore… gli oggetti potevano voler dire cose diverse˝ (pag. 39).

I miei lavori e gli oggetti che a volte inserisco parlano del tempo che lascia dei segni, trasforma le cose e le persone; e non devono passare secoli perché questo succeda, basta anche un minuto. A me interessa ciò che rimane anche se trasformato, è forse la paura di perdere il passato, il volerlo concretizzare in oggetti che lo testimoniano o lo evocano, il desiderio di recuperarlo.

L'idea del cambiamento è associata al pensiero di qualcosa che finisce o diventerà qualcos'altro e questo mi affascina e mi intimorisce, così cerco di bloccare il cambiamento fermando oggetti, segni e tracce sul supporto. A volte possono essere oggetti reali che attirano la mia attenzione, perché il tempo o l'azione dell'uomo li hanno già modificati in modo evidente, altre volte tracce, impronte, segni, si concretizzano direttamente dal mio agire su una superficie, tramite l'incisione, la materia, il colore. Mi interessa molto anche il vuoto che c'è intorno agli oggetti ˝ciò che rendeva prezioso a Kublai ogni fatto o notizia riferito dal suo inarticolato informatore era lo spazio che restava loro intorno, un vuoto non riempito di parole. Le descrizioni di città visitate da Marco Polo avevano questa dote: che ci si poteva girare in mezzo col pensiero˝ (pag. 39).

Il vuoto intorno agli oggetti, nei miei quadri, è, in realtà, pieno di segni, che rappresentano traiettorie invisibili, relazioni, strutture: da un lato questi segni sono la mia impronta, il mio appropriarmi dello spazio del supporto, dall'altro i segni rappresentano l'invisibile, i rapporti tra le cose, i legami e le distanze, la struttura che sostiene: ˝Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. - Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? - chiede Kublai Kan. - Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, ma dalla linea dell'arco che esse formano - ˝(pag. 83).

Noi siamo fatti di relazioni, siamo in massima parte il risultato di relazioni che instauriamo con noi stessi e il nostro ambiente (naturale e sociale). Per questo penso che nel mio lavoro sia molto presente l'uomo, anche se non è rappresentato. Tutto ciò che si vede è un intrico di materia e di segni, a volte oggetti, istanti di vita fermati.

˝A Ersilia, per stabilire i rapporti che reggono la vita della città, gli abitanti tendono dei fili tra gli spigoli delle case…Quando i fili sono tanti che non ci si può più passare in mezzo, gli abitanti vanno via: le case vengono smontate; restano solo i fili e i sostegni dei fili… Così viaggiando nel territorio di Ersilia incontri le rovine delle città abbandonate, senza le mura che non durano, senza le ossa dei morti che il vento fa rotolare: ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma.˝

Forse tutto il significato sta nel rimettere in discussione, nel guardare da un altro punto di vista, nel trovare altre soluzioni. La crescita, il valore, la vita stessa stanno in questa capacità di cambiare, quasi tutto può essere recuperato e trasformato e continuare a vivere in un altro modo, in un'altra forma, in un altro paesaggio.

Françoise Calcagno