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Maggio 2008

La ricerca che sto portando avanti ormai da diversi anni, si nutre di strati di memoria e di materia, di pieno e di vuoto, di detto e taciuto. A questo proposito mi viene in aiuto Calvino con il suo libro “Le città invisibili”, poiché Calvino è uno di quegli scrittori che sanno parlare della vita per immagini ed evocazioni, senza mai dire troppo e questa è una modalità di lavoro e di espressione che perseguo costantemente :“I segni formano una lingua, ma non quella che credi di conoscere…Capii che dovevo liberarmi dalle immagini che fin qui m’ avevano annunciato le cose che cercavo… Non c’ è linguaggio senza inganno.”( pag. 48 ). Le parole traducono concetti e i concetti traducono la vita, in questa doppia traduzione molto si perde. Io credo che debbano essere gli oggetti, i segni, la materia e il colore a parlare e possono dire cose diverse, ma anche molto simili, perché sono la vita, possono parlare del tempo, del viaggio, del mutamento. Nella ricerca che porto avanti sento un’urgenza più del fare che del pensare, ho bisogno di concretizzare, toccare con mano, spinta anche dall’amore per la materia, la forma e l’oggetto in sè e per questo il mio fare è veloce e produttivo, la mia indagine si nutre del “concreto”, mi interessa lasciare dei segni, delle impronte, maneggiare e modificare in parte gli oggetti e le immagini che raccolgo. Nel mio lavoro ho usato spesso pezzi di alberi tagliati, legni recuperati in spiaggia, ante di armadi, testiere di letti, vecchi legni raccolti per strada, vetri rotti presi nei cassonetti delle vetrerie di Murano, conchiglie, scuri di finestre trovati in casolari di campagna, ferri arrugginiti…o anche solo colore. Cito ancora Calvino: “ Marco Polo non poteva esprimersi altrimenti che estraendo oggetti dalle sue valigie… e indicandoli con gesti, salti, grida di meraviglia o d’ orrore… gli oggetti potevano voler dire cose diverse “ ( pag. 39 ). I miei lavori sono oggetti che, tramite la materia, il colore, le immagini e le parole, parlano del tempo che lascia dei segni, trasforma le cose e le persone senza che debbano passare secoli perché questo avvenga. A me interessa ciò che rimane, anche se in parte trasformato o poco leggibile, dietro tutto ciò si nasconde forse la paura di perdere il passato, il volerlo concretizzare in oggetti che lo testimoniano o lo evocano, il desiderio di recuperare. L’idea del cambiamento è associata al pensiero di qualcosa che finisce o diventerà qualcos’altro e questo mi affascina e mi intimorisce, così nel mio lavoro cerco di lasciare una traccia del tempo, metto in evidenza la mutevolezza, l’instabilità, la perdita, creando strati di colore e materia che in parte celano, in parte svelano ciò che è sotto. “Qualche volta il rapporto tra i singoli elementi ed il disegno complessivo è assai più intricato e crea diversi strati, diversi livelli di conoscenza: questa meno palpabile, ma affascinante ricorsività materica, è forse il vero volto dell’intelligenza creativa di Françoise, il suo modo di operare. La sua bruciante percezione prevede una stratificazione di indizi, montati gli uni sugli altri, ordinati, ma nello stesso tempo autonomi, originali, reciprocamente indifferenti. Un insieme di gerarchie instabili, squassate da tempeste che le deformano. Un viaggio di cui mutano, di continuo, le coordinate.”(Francesca Brandes) Mi interessa molto anche il vuoto che c’ è intorno agli oggetti “ ciò che rendeva prezioso a Kublai ogni fatto o notizia riferito dal suo inarticolato informatore era lo spazio che restava loro intorno, un vuoto non riempito di parole. Le descrizioni di città visitate da Marco Polo avevano questa dote: che ci si poteva girare in mezzo col pensiero” ( pag. 39 ). Il vuoto intorno agli oggetti, nei miei quadri, è, in realtà, pieno di segni, che rappresentano traiettorie invisibili, relazioni, strutture: da un lato questi segni sono la mia impronta, il mio appropriarmi dello spazio del supporto, dall’altro i segni rappresentano l’invisibile, i rapporti tra le cose, i legami e le distanze, la struttura che sostiene: “Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. – Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan. – Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, ma dalla linea dell’arco che esse formano”( pag. 83 ). Noi siamo fatti di relazioni, siamo in massima parte il risultato di relazioni che instauriamo con noi stessi e il nostro ambiente ( naturale e sociale ). “A Ersilia, per stabilire i rapporti che reggono la vita della città, gli abitanti tendono dei fili tra gli spigoli delle case…Quando i fili sono tanti che non ci si può più passare in mezzo, gli abitanti vanno via: le case vengono smontate; restano solo i fili e i sostegni dei fili…Così viaggiando nel territorio di Ersilia incontri le rovine delle città abbandonate, senza le mura che non durano, senza le ossa dei morti che il vento fa rotolare: ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma.” Forse tutto il significato sta nel rimettere in discussione, nel guardare da un altro punto di vista, nel trovare altre soluzioni, nel relazionarci in modi sempre nuovi. La crescita, il valore, la vita stessa stanno in questa capacità di cambiare, quasi tutto può essere recuperato e trasformato e continuare a vivere in un altro modo, in un’altra forma, in un altro paesaggio.

Françoise Calcagno