Recensioni » Francesca Brandes 2008

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Dell'appartenersi

Chi nasce, viene al mondo. Se lo fa con una coscienza via via acuita, con quel certo intuito che oltrepassa l’assoluto singolare, scopre a sua volta di poter diventare il sasso e l’anima del legno, nervatura di foglia e ossigeno. Il pensiero e l’azione si fanno minerali, gassosi, umidi come terra dopo la pioggia ed impervi come roccia. Ogni ente, per semplificare, è in potenza tutto il resto.

Di questa stessa energeia, tanto cara al pensiero aristotelico, è intriso il percorso artistico di Françoise Calcagno, il suo essere sé ed altro, qui e fuori di qui, oggi e ieri, con tutta la passione del transito. In lei non avviene metamorfosi, perché la varietà combinatoria del suo venire al mondo si squaderna limpida di fronte ai nostri occhi. Françoise non consuma la storia, ne utilizza piuttosto le virtù con una motivazione armonica che ci meraviglia. Stupisce sempre, la coerenza della fantasia, quando sia sottesa da una misura: nei lavori di quest’artista coesistono forma e forza come trama e ordito, e la forma non è costrizione, ma continuo autoritratto dello sguardo che è acqua in cui specchiarsi, delle mani che accarezzano i legni come appendice del corpo, della voce di dentro che racconta ritorni, e laghi di nostalgia. Ogni gesto appare frutto di un desiderio non patito, ma governato con autorità ideale. È difficile immaginare un Io tanto dolcemente assertivo, come se la vita – tutta la vita – si fondasse soprattutto su quei pigmenti terragni che l’artista depone come tesori sulla tela, su quelle improvvise caligini lagunari che sfocano l’allegria, a ritroso, fino ad un’istantanea salvata dai naufragi. Necessariamente, per pensare, ci vogliono le cose, sembra dirci Calcagno. Perché forse, a ben riflettere, non può esistere arte senza necessità, quasi l’energeia andasse incanalata a partire da un’urgenza, da un moto primo. Il resto è una questione di stile: ricerca, lavoro quotidiano, costanza e coscienza del viaggio, esercizio. Come creatura modellata dal desiderio, il progetto si esplicita in concrezioni di colore generoso, su cui il tracciato grafico s’incanala a graffito, segno connotante che definisce la ritmica della composizione. Altrove, Calcagno agisce a velature sovrapposte, da cui lasciar emergere, in trasparenza, brandelli di esistenza (foto sbiadite dagli anni, appunti di grafia incerta). Lasciare traccia, ecco una costante, quasi per non smarrire la via: pittura-bussola, tenera e caparbia, l’opera commuove per vibrazione e consonanza, per attribuzione di destini, per déja-vu. In quest’arte fresca e matura al tempo stesso, arte di sensi e condivisione, la pulsione individuale si fa, per traslato, collettiva. La forza che attraversa – a sciabolate incandescenti – la materia cromatica, si ravviva, infatti, anche nel rapporto-confronto con la comunità di artisti (colleghi, critici, amici e sodali) che Françoise ha saputo riunire intorno al suo atelier, isola felice in una città di isole. Il rispetto, è probabile educhi anche il gusto, come un tesoro che si passi di mano in mano, senza perdere nulla della sua carica etica. Calcagno vive, con il proprio lavoro di carne e tinta – la gioia che incendia ed il dolore che dilava – e vive con gli altri, intonata. L’intonarsi al mondo, il temperarsi, così come il saper raccontare gli stati d’animo senza essere descrittivi, ma cavandone l’anima nascosta, queste sono caratteristiche che vanno riconosciute al lavoro di Françoise Calcagno. Senza mettere mai in gioco (furbizia che molti altri utilizzerebbero, ma lei no, lei ama rischiare…) la propria pratica scenografica, l’artista impagina cicli liberi, ma al contempo strutturati: Marco Polo, Legno e vetri, la fondamentale Mappa della memoria. Tutto si concatena come un flusso di coscienza, e tutto evolve come un fiume che scorre verso la foce, gonfio di storie e di emozioni, di profumi e di suoni. Potrei affermare che alcune opere di Calcagno hanno persino una valenza olfattiva, che non è quella dei materiali puri e semplici (pigmenti, legni, materiali di recupero). Assomiglia, piuttosto, al profumo di una grande casa di terra, con larghe finestre a far entrare la luce e l’odore dei giorni. Mai nulla è realizzato a caso, il vetro incastonato a nido nel fondo spesso, il frammento di lettera che emerge dal respiro della materia: la serietà concettuale dei grandi cicli, declinati nella maggiore e nella minore dimensione con organica felicità esecutiva, è garantita da un totale controllo dei piani costruttivi, da un rigore assoluto. L’artista, nel corso di questi anni, ha compiuto un lungo viaggio interiore, fino a farsi consapevole della relazione speciale, un po’ magica, che può instaurare con la natura, con l’essenza delle cose, con gli altri. Françoise è conscia, a mio parere, del proprio appartenere al mondo e, quindi, si appartiene. Per essere se stessa, con leggerezza e determinazione ad un tempo (e questo è uno degli aspetti che suscitano meraviglia), si dà forma come regola, mettendo in atto un dispositivo di senso che diviene codice comunicativo. Del resto, solo chi sa in cosa consista una norma è in grado di cambiarla: di qui, il benefico guizzo che garantisce l’eversione poetica, sia sul versante formale che contenutistico; quel poco di follia che passa per il gesto imprevedibile, l’incontro insperato, lo scarto che spiazza come una tempesta improvvisa. Françoise, che sa giocare con i bambini, non rinuncia a giocare con le storie ed i luoghi. La materia diventa, allora, un ponte per un serissimo esercizio ludico: i libri d’artista colmi di raffinatezza e di umori, con una struttura quasi plastica; gli Scuri, bellissimo esempio di libertà pittorica, dipinti assieme al tempo ed agli eventi atmosferici. Così l’atlante dei suoi paesaggi spazio-temporali – sospeso tra terra ed acqua di laguna, tra le pietre di casa e lontane terre – mi appare come il diario di un itinerario fantastico, un’erranza ineludibile in cui tracciare testimonianza umana: luogo ospitale per la coscienza, idea buona di futuro.

Francesca Brandes