Recensioni » Venice memory: l’improvviso visibile 2015 Francesca Brandes

ingrandisci i caratteririmpicciolisci i caratteristampasegnala questa pagina a un amico

Scriveva Nicolas De Staël che la vera pittura tende sempre a tutti gli aspetti, cioè all’impossibile somma del presente, del passato e dell’avvenire … Più che mai ciò avviene nel caso di Françoise Calcagno, nel suo scavare al fondo dei tempi, nella materia di pigmento, fino ad estrarne un dono prezioso, inesauribile. Forse è il dono di un’immagine che sottende l’emozione (e non viceversa), la sua sostanza, la sua scorza non solo simbolica. È una sostanza-colore che implode luce. Le tele fermano bagliori e riverberi nel magma cromatico, e poi via, a cavar fuori quel tesoro nascosto negli strati, mentre l’artista verga la superficie di graffi, volute, inserti. Lo stile di Calcagno procede per sottrazione. Dalla tinta fa emergere frammenti d’istantanee, icone dei luoghi – la città amata, il campo del Ghetto veneziano – in una pratica alchemica di disvelamento e restituzione. Lo slancio lirico e memoriale basta a se stesso, mentre si dichiara il dove, il quando (solo talvolta), ma soprattutto il come. Difficile per la critica sostenere con le parole quanto è già stato detto con il colore, in una forma pressoché immediata, fulminante di comprensione. Tutto è già nella vivida accensione della tinta, perché non esiste nulla che – come il colore – passi integro allo stato della coscienza. Nulla che vibri nella durata allo stesso modo. È il diapason di un amore e, allo stesso tempo, il suo mutare secondo le stagioni della vita: una visione per assenza, tutta sostanziata dal valore fondante della memoria. La pittura, tuttavia, prende il sopravvento con il suo carattere di nascita prolungata; non si attaglia del tutto alla successione degli eventi. Non è più azione, non ricorso alla Storia: La natura è all’interno dichiarava Cézanne, ribaltando l’idea che solo il visibile sia degno di essere dipinto. Cresce invece, nelle tele alchemiche di Françoise, il silenzio delle cose mentre vengono alla luce. L’apparenza è via via sostituita dall’apparizione, da un’epifania improvvisa. Quasi che la tela carica di tinta fosse un utero che conserva la sostanza, e quel silenzio avesse il valore di un canto. Ecco perché, senza necessità di commenti, la pittura di Calcagno è di per sé testimonianza non più differibile, grande atto di coraggio, nuda purezza. Per far sì che l’immagine sia al mondo, al di là di ogni corrispondenza, Françoise non si limita a lasciar intuire paesaggi familiari, se ne lascia avvolgere. L’artista ha forato l’ambiente organico del naturale, la sua materia grondante e profumata di terre, per restare fedele ad un’impronta nativa, ad una radice consapevole che rifonda l’esistente. A noi, resta il tesoro, la gratitudine.

Francesca Brandes